Le acque radioattive (D. Lgs. 28/2016)

CaptureLa pubblicazione del Decreto Legislativo n. 28 del 15 Febbraio 2016 (composto da 12 articoli e tre allegati) viene a rafforzare gli sforzi che alcuni Radioprotezionisti cercano di attuare da tempo: espandere a tutti la conoscenza (seppur minima) della radioattività.

Abbiamo sempre detto che la realtà della radioattività è diversa e molto lontana da come ci viene rappresentata nei mass media.

Nel caso che vogliamo introdurre, la radioattività nelle acque, era altrettanto risaputo da tempo che nelle acque minerali naturali di qualsiasi tipo era ed è presente radioattività.

I meno giovani possono ricordare le etichette delle acque minerali imbottigliate che in epoche lontane reclamizzavano con enfasi la presenza di radionuclidi con relativi valori di riferimento espressi in UM (unità Mache).

I più "attempati" possono addirittura ricordare locandine pubblicitarie che proponevano prodotti da forno (panini, grissini, ecc.) garantendo che erano stati realizzati rigorosamente con acqua radioattiva.

Non era una questione di moda ma quasi: esattamente come ora un'acqua povera di sodio vende di più, in anni addietro la presenza (e la conferma scritta) del radio era gradita (stiamo parlando degli anni fino all'immediato dopoguerra).

Poi è arrivato l'evento di Chernobyl (1986) che ha fatto tornare alla ribalta l'argomento radioattività.

E quelle poche etichette di acque minerali in bottiglia che ancora riportavano indicazioni della presenza di radioattività sono d'improvviso scomparse (pena il rischio di scomparsa della casa produttrice).

Ma modificare le etichette non significava modificare la qualità delle acque: semplicemente, non era (e non è) obbligatorio riportare il dato in etichetta.

E così le acque continuano a contenere in modo assolutamente NATURALE, tracce di radioattività.

In un nostro articolo del 16 dicembre 2013, pubblicato su www.radioprotezione.org, queste etichette erano già state ampiamente ricordate e analizzate.

La Direttiva del Consiglio CE n. 51/2013 del 22/10/2013 (G.U.U.E. del 07/11/2013, n. L 296) che stabilisce alcuni requisiti per la tutela della salute della popolazione relativamente alle sostanze radioattive presenti nelle acque destinate al consumo umano) è del 2013 ed è stata recepita con poco ritardo dallo Stato Italiano (ancora mancano Irlanda, Cipro, Spagna, Portogallo e Belgio).

L'introduzione riportata sulla Direttiva è già chiarificatrice: "L'ingestione di acqua è una delle vie di incorporazione delle sostanze radioattive nel corpo umano. A norma della direttiva 96/29/Euratom del Consiglio (2), il contributo delle pratiche che comportano un rischio in termini di radiazioni ionizzanti all'esposizione dell'intera popolazione dev'essere mantenuto entro il valore più basso ragionevolmente ottenibile."

La giustificazione è che "l'esposizione nel tempo a dosi di radioattività (di qualsiasi origine e natura - ndr), anche piccole, comporta un incremento del rischio di contrarre patologie tumorali" (tratto dalla relazione illustrativa consegnata alla Commissione Parlamentare).

In un solo breve e iniziale paragrafo il consiglio della Unione Europea ci dice che ogni volta che beviamo acqua, introduciamo nuclidi radioattivi nel corpo e che, in applicazione ad un'altra direttiva (recepita anch'essa dallo Stato Italiano), secondo la Teoria Lineare senza Soglia, questo contributo di radioattività può comportare un rischio per la popolazione e quindi deve essere (il contributo) affrontato secondo il principio ALARA (As Low As Reasonable Achivable): mantenuto a un livello tanto basso quanto ragionevolmente ottenibile.

Peccato che tutto questo sul Decreto Legislativo non compare: gli aspetti filosofici che potrebbero aiutare a meglio comprendere la questione sono stati cassati interamente.

Allora una prima domanda sorge spontanea: e fino ad ora cosa si è fatto?

La risposta è altrettanto semplice: il Decreto Legislativo 31/2001 ha recepito la Direttiva 98/83/CE relativa alle acque destinate al consumo umano e aveva stabilito un solo parametro di riferimento (H-3 max 100 Bq/l) e una "dose indicativa" DI di 0,1 mSv.

Questo nuovo decreto sostituisce quanto indicato nel Decreto Legislativo 31/2001 relativamente alle sostanze radioattive presenti nelle acque destinate al consumo umano.

 

Quali acque?

Tutte quelle trattate o meno e destinate ad uso potabile o per la preparazione del cibo o altri usi domestici o industriali con la medesima finalità, indipendentemente dalla loro origine o dalla tipologia di fornitura.

Ovviamente, l'applicazione del Decreto Legislativo avviene allorché della sostanza radioattiva non si può trascurare l'attività o la concentrazione.

Il Decreto Legislativo non si applica alle acque minerali naturali riconosciute dal Decreto Legislativo 176/2011 (acque che proveniendo dalla falda acquifera hanno caratteristiche igieniche particolari e che si distinguono dalle ordinarie acque potabili per la purezza e l'eventuale tenore di minerali o oligoelementi).

Non si applica neppure a quelle acque destinate ad usi per i quali non ci sono ripercussioni sulla salute (ad esempio utilizzate per finalita' non alimentari, come le acque in circuiti di raffreddamento).

Ma per sapere quali sono queste acque, dobbiamo attendere l'emanazione di un decreto del Ministero della Salute.

Se si estendono le esenzioni, anche queste devono essere riconosciute tramite decreto del Ministero della Salute e le Regioni e Province autonome dovranno informare al riguardo la popolazione interessata che dovrà ricevere tempestivamente appropriati consigli allorché si manifesta un pericolo potenziale per la salute umana.

 

Chi farà i controlli?

Le Regioni e le Province autonome avvalendosi di AUSL e ARPA dovranno elaborare e attuare un programma di controllo che dovrà essere approvato dal Ministero della Salute e dall'ISS (Istituto Superiore di Sanità) e formalmente adottato dalla Giunta Regionale.

I punti di prelievo sono quelli ove avviene fisicamente l'erogazione dell'acqua (rubinetti, cisterne, punto di imbottigliamento, ecc.) e i controlli possono essere di due tipi:

Controlli interni, effettuati dai gestori e che possono essere concordati con le AUSL;

Controlli esterni, effettuati dalle AUSL.

I laboratori di analisi dovranno essere accreditati (entro il 2019) secondo la norma EN ISO/IEC 17025; i laboratori che effettuano analisi per i controlli esterni delle AUSL non possono effettuare analisi per i controlli interni dei gestori del medesimo territorio.

I risultati dei controlli esterni saranno inviati al Ministero della Salute che gestirà un Archivio Nazionale, anche per informare la popolazione sulla qualità delle acque destinate al consumo umano.

Se nei controlli esterni vengono superati i valori di parametro (ponderato su media annua e con la presunzione di consumo di 730 litri di acqua pro-capite), entro 6 mesi la AUSL:

avvisa il gestore e valuta i rischi per la salute della popolazione interessata;

cerca la possibile causa;

individua i provvedimenti corretti e cautelativi che devono essere adottati entro 5 mesi e informa la Regione, che informa il Ministero della Salute, che potrà commentare entro 60 gg.

È il Sindaco (questa Autorità viene nominata per la prima volta nell'art.7, comma 3, lettera a) senza che mai sia stata individuata tra i destinatari dei provvedimenti di informazione) che invece dovrà adottare le misure cautelative, mentre il gestore adotta i provvedimenti correttivi secondo il principio ALARA.

Sindaco, AUSL e gestore dovranno poi informare la popolazione e consigliarla su eventuali misure cautelative da adottare.

Anche in caso di superamento dei valori di parametro nei controlli interni, il gestore comunica l'evento alla propria AUSL.

Come in tutti i decreti che si rispettano, anche in questo sono presenti le sanzioni: che sono solo amministrative (salvo che il fatto non costituisca reato).

Fino a 50.000 € se il gestore non esegue i controlli, e/o non conserva i dati e/o se non comunica il superamento dei valori di parametro nei controlli interni;

Fino a 150.000 € se il gestore non adotta i provvedimenti correttivi e/o se non provvede ad informare e consigliare la popolazione (per AUSL e Sindaco nessuna sanzione!).

Se AUSL, Province e Regioni non adempiono ai rispettivi obblighi, il Presidente del Consiglio dapprima diffida gli inadempienti e poi nomina un Commissario con oneri a carico della Regione.

 

Cosa bisogna cercare?

Radon, con un limite temporale di 100 Bq/litro e Trizio con 100 Bq/litro: la dose indicativa fissata è di 0,1 mSv/anno.

Se viene superato il valore di H-3 occorrerà valutare l'eventuale presenza di altri radionuclidi artificiali, come meglio riportato nel successivo schema di flusso:

 schema

Dove:

n = numero di radionuclidi che contribuiscono alla DI;

Ci (mis.) = concentrazione misurata del radionuclide i-esimo;

Ci (der.) = concentrazione derivata del radionuclide i-esimo.

La C (der) è desunta dalla seguente tabella:

 

Questa "novità" legislativa riporta di prepotenza il problema che coinvolge i Sindaci, le AUSL, i gestori: l'informazione e i consigli verso la popolazione.

L'ultima volta che è stato dato un "consiglio" alla popolazione in materia di radiazioni ionizzanti era il 1986 nell'immediatezza dell'evento Chernobyl e il consiglio del Ministro Degan era di "non consumare insalata a foglia larga per 15 giorni" (una leggenda metropolitana racconta che la scelta dei "15 giorni" derivava dalla presenza di I-131 nella nube radioattiva e del suo T ½ di 8 giorni, per cui se dopo 8 giorni ne rimane la metà, dopo 15 giorni non ci sarà più niente! Strano modo di proiettare il calcolo del decadimento).

Rimane il fatto, e anche questo lo abbiamo già scritto nel nostro articolo, che è giusto che la popolazione venga informata ma non solo quando succede l'evento (il superamento dei valori di parametro) ma anche prima soprattutto per spiegare che la presenza di radioattività nelle acque è un fatto NATURALE che prescinde dalle attività umane ed industriali.

Questo non è il caso dell'atrazina che alla fine degli anni '80 ha quasi fatto cadere il governo (Craxi) e non dovrebbe riproporsi il caso "arsenico" che molti problemi ha recentemente (2013) creato nella regione Lazio: questa tematica è un po' più "pericolosa".

Non per la presenza dei nuclidi nell'acqua (che beviamo da quando siamo nati) ma perché la popolazione continua a non essere preparata su questa conoscenza.

Anzi, è confusa con i prodotti bio, con gli OGM, con le acque povere di sodio, ecc.

Tutti abituati a pensare che mettendo il cartello "città denuclearizzata" all'ingresso dei nostri confini, si sia esenti da qualsiasi presenza di Materiale Radioattivo: non è così e non potrà mai essere così: quindi, speriamo che nessuno si allarmi o scriva al sabotaggio o all'attentato!

Chi è deputato a informare (perché non lo si fa anche nelle scuole?) dovrebbe solo estrapolare e riflettere su poche parole presenti nel titolo del provvedimento legislativo: "... che stabilisce requisiti per la tutela della salute della popolazione relativamente alle sostanze radioattive presenti nelle acque destinate al consumo umano".

Dunque nessuno scandalo e nessun complotto e nessuna ripetizione del caso Litvinenko (agente segreto russo eliminato col Polonio 210).

Nessuno ha inquinato le acque di falda col Materiale Radioattivo: c'è, c'è sempre stato e sempre ci sarà.

Informare la popolazione significa renderla consapevole: agli attori del provvedimento, buon lavoro.

Diversi Radioprotezionisti lo stanno già facendo.